LO STATUTO DEI LAVORATORI COMPIE CINQUANTA ANNI (1970-2020)

di Franco Carinci

Abstract / Resumo

IT

Il saggio commemora i cinquanta anni passati dalla nascita dello Statuto dei lavoratori, il 20 gennaio 1970 (la l. n. 300 di quell’anno) una legge storica, destinata a segnare la stagione creativa della materia, con una influenza significativa anche al di fuori dell’Italia. Se ne ricorda la lunga gestazione nel corso di quasi vent’anni, col maturare di quelle che ne avrebbero costituito le due anime, quella costituzionale (di garanzia dei diritti dei singoli lavoratori di libertà e dignità) e quella “promozionale” (di promozione di sindacati dotati di una particolare rappresentatività); nonché la peculiare congiuntura socio-economica e politica maturata nel biennio 1969-70, dove la convergenza delle grandi confederazioni su una legge che fosse al passo con l’ampia mobilitazione di base trovò una sponda in una maggioranza parlamentare  di centro sinistra (Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano). Auspice il Ministro del Lavoro socialista, Giangiacomo Brodolini, una Commissione presieduta da Gino Giugni e partecipata anche da Federico Mancini, elaborò un disegno di legge, che fu modificato al Senato, ma poi mantenuto inalterato dalla Camera dei deputati, approvato col voro favorevole di Dc e Psi, con l’astensione del Partito Comunista. Dopo l’esame delle linee guida del disegno di legge predisposto dalla Commissione Giugni, segue una ricognizione del contenuto del testo della l. n. 300/1970, fatto con un certo dettaglio, che certo ad un conoscitore esperto riuscirà eccessivo, ma serve da sfondo allo svolgimento che segue, per rendere chiaramente percepibile quanto è stato cambiato rispetto alla legge originaria. Secondo una scelta che rimane sempre discrezionale, pare possibile dire che la stagione dello Statuto dei lavoratori culmini nel decennio di fine secolo, col ruolo acquisito da Cgil/Cisl/Uil dal Protocollo del luglio 1993 fino all’istituzionalizzazione della concertazione e alla c.d. privatizzazione del pubblico impiego. Ma non senza già in nuce i segni del cambiamento: col referendum abrogativo del 1995, viene amputato l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, norma chiave dell’anima promozionale in chiara opposizione alle tre grandi confederazioni, non più legittimate a costituire rappresentanze sindacali aziendali nelle unità produttive, in base al solo requisito di essere maggiormente rappresentative; col pacchetto Treu del 1957, prende avvio la c.d. flessibilità al margine, cioè la introduzione di contratti c.d. atipici (non a tempo indeterminato e a orario pieno) a cominciare dal lavoro interinale. Non si tocca il regime dei lavoratori c.d. stabili, ma si moltiplica l’accesso dei lavoratori c.d. precari.

Nel decennio in parola succede qualcosa d’altro, viene varata una legge elettorale maggioritaria, rivelatasi così rilevante da far parlare dell’avvento della seconda Repubblica. Certo è che il decennio in chiusura del vecchio secolo e il quindicennio di apertura del nuovo faranno segnare un’alternanza di governi di centro-destra e centro-sinistra, con a primi protagonisti Silvio Berlusconi e Romano Prodi, con una politica del lavoro ispirata alla flexsecurity, peraltro interpretata in maniera non univoca da una legislatura all’altra. Così circa la flessibilità in entrata (utilizzo dei contratti c.d. atipici) è evidente un notevole pendolarismo fra allargamenti e restringimenti, con particolare riguardo al rapporto a termine, mentre la flessibilità in uscita (licenziamento individuale dal contratto a tempo indeterminato) rimane oggetto di proposte e discussioni, senza trovare sbocco in una modifica dell’articolo 18 dello Statuto, norma chiave dell’anima promozionale., sulla c.d. reintegra del lavoratore licenziato senza giustificato motivo.

Batti e ribatti, l’articolo 18 in parola finirà per cadere, rivisto prima in peius, sotto il Governo tecnico di Mario Monti, con la legge Fornero ( che conserva la tutela reintegratoria, ma riducendola ad eccezione rispetto a quella indennitaria) verrà completamente svuotato per il futuro, sotto il Governo di centro sinistra di Matteo Renzi, con il Jobs Act ( che quasi elimina la tutela reintegratoria a favore di quella indennitaria), per poi assestarsi, dopo un  intervento legislativo  del successivo Governo 5Stelle/Lega (due movimenti etichettati come populisti) e un dictum della Corte costituzionale. Dando così luogo ad una incongrua distinzione: per i lavoratori a tempo indeterminato assunti prima del 7 marzo 2015 rimane fermo l’articolo 18 dello Statuto, così come modificato dalla legge Fornero; per quelli assunti dopo vale di regola la tutela indennitaria fra le 6 e le 36 mensilità, graduabile dalla giurisprudenza secondo vari criteri non ben definiti.

Il mondo di riferimento dello Statuto era riferito ad una base operaia, egemonizzata dalla forza lavoro impiegata stabilmente nelle grandi concentrazioni industriali ancora modellate in forma tayloristica, fortemente partecipativa alle lotte rivendicative. Cosa ben nota, su cui non occorre neppure soffermarsi c’è stata un’autentica rivoluzione della struttura produttiva e occupazionale, con una progressiva terziarizzazione e trasformazione dei sistemi organizzativi, sotto la pressione crescente di una informatizzazione estesa fino alla gig economy; tutto questo a fronte di una globalizzazione sempre più pervasiva, capace di esportare crisi finanziarie, economiche e ora epidemiche in tutto il mondo.

La questione centrale è divenuta quella della quantità e qualità di una occupazione non più risolubile con l’individuazione di precisi luoghi di lavoro in cui insediare il sindacato o con la protezione di puntuali diritti dei lavoratori stabili. Si sono aperti così due fronti su cui il legislatore ha creduto di intervenire. Il primo fronte è costituito dalla massa eterogenea di lavoratori non riconducibili sotto la definizione della subordinazione di cui all’articolo 2094 c.c. (dipendenza ed etero-direzione), per cui ha pensato non si allargare quella definizione, ma di accompagnarla con un’altra (etero-organizzazione), estremamente ampia, cui applicare, comunque, l’intera disciplina legislativa e collettiva del lavoro subordinato. Il secondo fronte è rappresentato dalla possibilità creata dalla informatizzazione del lavoro da remoto, per cui ha creduto di introdurre uno smart work all’italiana (lavoro agile), cioè un contratto di lavoro subordinato, al quale può essere allegato un patto per il lavoro prestato dall’esterno tramite collegamento digitale, concordando i modi dell’esercizio del potere di controllo e disciplinare da parte del datore.

Da altra parte ne è derivata una caduta di rilevanza delle stesse tre grandi confederazioni. In primo luogo, in termini di incardinamento nei luoghi di lavoro, sempre meno identificabili come luoghi fisici in cui i lavoratori prestano in presenza la loro attività, quindi portatori di interessi collettivi relativi all’organizzazione, alla sicurezza, all’ambiente, e, comunque soggetti a processi di aziendalizzazione favoriti da una interpretazione innovativa della Corte costituzionale su quanto rimasto dell’articolo 19 dello Statuto dopo il referendum abrogativo del 1995. In secondo luogo, in termini di riforma della struttura ed efficacia della contrattazione collettiva, che realizzata col Testo unico sulla rappresentanza del 2014, non è riuscita ad avere di per sé una efficacia generalizzata, sì da indurre le grandi Confederazioni a optare per l’emanazione di una legge sindacale, che, però, continuerebbe ad incontrare la difficolta di non essere conforme a quella prevista dall’articolo 39, co. 2 ss. cost.

Lo Statuto dei lavoratori  è vivo, se pur amputato, ma con un ambito applicativo assai più ristretto, via via che si è ridotto il suo modello di riferimento, quello della fabbrica fordista, ma non è ancora chiaro quale ne costituirà il cammino legislativo successivo, che appare a tutt’oggi piuttosto incerto per quello che riguarda l’area grigia in continua espansione fra subordinazione e autonomia:  estensione della tutela propria della subordinazione oppure introduzione di una tutela graduata in relazione al quantum di etero-organizzazione.

EN

The essay commemorates the fifty years passed since the birth of the Statuto dei lavoratori, on January 20, 1970 (legge n. 300 of that year), a historical law, destined to mark the most creative season of Italian Labour law, with a significant influence even outside Italy.
We recall its long gestation over the course of almost twenty years, with the maturation of its two souls: the constitutional one (guaranteeing the freedom and dignity rights of workers), and the “promotional” one (promoting trade unions with particular representativeness). We also analyse the peculiar socio-economic and political conjuncture matured in the two-year period 1969-70. The convergence of the major confederations of unions, on a bill in step with a broad grassroots mobilization, found an edge in a center-left parliamentary majority (Christian Democrats and Italian Socialist Party). Thanks to the initiative of the Socialist Minister of Labor, Giangiacomo Brodolini, a Commission, chaired by Gino Giugni and also participated by Federico Mancini, drafted a bill, amended in the Senate, but then kept unaltered by the Chamber of Deputies, and approved with the favorable vote of DC and PSI and the abstention of the Communist Party. After examining the guidelines of the bill prepared by the Giugni Commission, we review with a certain detail the content of legge n. 300/1970: this review could certainly seem excessive to an expert, but serves as a background to the following development, to make clearly perceptible what has been changed in time compared to the original version of the statute. In our opinion, the “season” of the Statuto dei lavoratori culminates in the decade of the end of the century, with the role acquired by Cgil / Cisl / Uil through the Protocol of July 1993, which implied the institutionalization of the consultation between unions and the Government on economic policies (“concertazione”), and the so-called “privatization” of the civil service. Nonetheless, the signs of a different course were already present in nuce. The abrogative referendum of 1995 lopped off articolo 19 of the Statuto dei lavoratori, which was a key rule of the promotional spirit of the statute itself, in clear opposition to the three major trade unions confederations, no longer entitled to set up company union representations within the enterprise on the sole basis of being “more representative”. Then, through the so-called “Treu legislation” of 1975, “marginal flexibility” took place in Italian legal system: i.e. the introduction of non-standard contracts (not permanent and full-time), in particular temporary work. The legal regime of the so-called stable workers has not been modified, but the possibility of non-standard employment has been increased.

During the decade in question something else happens: a majoritarian (first-past-the-post) electoral legislation is passed. This has proved to be so relevant that it made talk about the advent of the second Republic. It is sure that the decade at the end of the old century and the first fifteen years of the opening of the new one will see an alternation of centre-right and centre-left governments, with Silvio Berlusconi and Romano Prodi as the first protagonists and a labour policy inspired by the flexicurity, interpreted in a non-univocal way from one legislature to another. With regard to the entry flexibility (use of the so-called non-standard contracts), there is a notable alternation between enlargements and shrinkages, with particular regard to the fixed-term employment relationship. Instead, the exit flexibility (individual dismissal from the permanent contract) remains the subject of proposals and discussions. Nonetheless, in this phase it will never issue in a modification of the so-called “reinstate” workers unfairly dismissed, provided for by article 18, also key rule of the statute’s promotional soul. Eventually article 18 in question will fall. First, it will be revised in peius under the “non-political” government of Mario Monti by the so-called Fornero statute (which mantains reinstatement protection, but reduces it to an exception to the economic compensation). Then, it will be completely emptied for the future, under the Government of center-left chaired by Matteo Renzi, with the Jobs Act (which almost eliminates the reinstatement protection in favor of the economic compensation, but maintains article 18 effective for workers hired before March 7, 2015). Finally, the regulation of protection against unjustified dismissals settles down, after a legislative intervention by the 5Stelle / Lega Government (two movements labeled as populists) and a fundamental decision of the Constitutional Court. The process will lead to an unequal distinction: for permanent workers hired before March 7, 2015, Article 18 of the Statute remains valid, as amended by the Fornero law; for those hired afterwards, indemnity protection is generally valid, with an indemnity included between 6 and 36 months, and graduated by courts according to various criteria that are not exactly defined.

The socio-economic scenario of the Statuto dei lavoratori referred to a majority of workforce permanently employed in the large (still) Tayloristic industrial concentrations. These workers were strongly inclined to take part to unions’ actions. The radical revolution of the economic model that took place in the subsequent period is well known. It implied a progressive outsourcing and transformation of organizational systems, under the growing pressure of the computerization of productive processes and the spread of the gig economy. All this happened in the face of an increasingly pervasive globalization, capable of exporting financial, economic and now epidemic crises all over the world.

The “quantity” and “quality” of employment has become the central problem and it cannot be longer solved up by the creation of workers representation within the physical location of the company and its establishments, or with the protection of specific rights for permanent workers. Two fronts have thus opened up, on which the Italian Government and Parliament have decided to intervene. The first front deals with the heterogeneous mass of workers not covered by the definition of subordination pursuant to article 2094 of the Italian Civil Code (employment relationship and hetero-direction). For these it has been decided not to broaden that definition, but to accompany it with another one, extremely broad (mere hetero-organization), to which, however, the entire legislative and collective discipline of the employment relationship should apply. The second front is represented by the increased possibility of remote work, opened by new information technologies, for which the legislation has introduced an Italian-style smart-work (lavoro agile): an employment contract, to which a pact for external work via digital connection can be attached, containing an agreement on the methods of exercising the control and disciplinary power by the employer.

On the other hand, the most recent upheavals in the social and productive context resulted in a fall of the importance of the three great trade unions confederations. In the first place, this decline concerned the crisis of the link between trade unions and workplaces, less and less identifiable as physical places in which workers perform their activities in presence. This phenomenon can challenge the role of the major trade unions confederations as bearers of collective interests relating to organization, safety and work environment. Furthermore, workers’ organizations are subject to a de-centralization process favoured by the Constitutional Court’s innovative interpretation of what is left of the article 19 of the Statuto dei lavoratori after the abrogative referendum of 1995. Secondly, similar transformation processes concern the structure and effectiveness of collective bargaining, implemented with the “Testo unico sulla rappresentanza” of 2014. This agreement has not been able to achieve, by itself, the generalized effectiveness of collective bargaining agreement, so as to induce the major Confederations to promote the enactment of a Statute addressed to this aim, which, however, would continue not to comply with the principles set by article 39, co. 2 ff., of the Italian Constitution.

The Statuto dei lavoratori is alive, albeit amputated, but with a much narrower scope, due to the reduction of its reference model, that of the Fordist factory. However, it is not yet clear what its next legislative path will be. It still appears to be rather uncertain as regards the constantly expanding “grey area” between employees and self-employed workers. The options are two: extension of the typical protection granted to the employment relationship vs. introduction of a graduated protection regime, proportionated to the quantum of hetero-organization.

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